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anonymous
PartecipanteFare o subire face sitting o rimming è la cosa più eccitante in assoluto per me. Oppure anche assistere:è da morire….
anonymous
PartecipanteRagazzi, io non penso che uno possa dire a un altro se è gay o no solo perchè è attratto da una persona che non è dotata di un pene, considerando anche che questa persona, per tutto il resto, sembra pienamente un uomo, e che lui ancora non l’ha visto neanche nudo!
Io sono un trans ftm, sto con un ragazzo e ci amiamo. Andiamo per la strada mano nella mano e dietro ci gridano “a froci!”, vi basta questo per definirmi maschio? <__<
Per quello che scrive: stai con lui e vedi. Magari i problemi sessuali sono risolvibili, con un po’ di impegno. 🙂
anonymous
Partecipantela_verità che ***** dici? i trans possono benissimo essere trans ed omosessuali così come una trans mtf può essere lesbica anche i ftm possono essere gay…per carità certa gente dovrebbe almeno informarsi prima di parlare
quanto al ragazzo che scrive…mah se ti piace lascia perdere discorsi stupidi e stai con lui…se deve finire meglio finisca per motivi un po’ più solidi che una semplice questione tecnica…
anonymous
PartecipantePiacerebbe molto anche a me provare la doppia penetrazione
anonymous
PartecipanteSe lui è diventato non completamente uomo allora non si può neanche più parlare di trans, ma di “uomo” ecco perchè transMtf. Quindi no che non sei gay! Se però il trans non ha ancora il pene e tu vorresti essere il soggetto passivo allora potresti essere gay o bisessuale. Qual è il problema? Ricorda, è più virile e uomo un maschio gay che un maschio che reprime le sue pulsioni sessuali per stupidi pregiudizi sociali..
Sicuramente qui non avrai mai la risposta che cerchi, prova per curiosità a conoscere qualche trans Ftm gay in coppia, magari vai in qualche arcitrans, forse solo allora capirai veramente se ti interessa il trans per il suo aspetto ipermaschile o il suo organo è l’unica cosa che cerchi!
.. non sono sciocchezze..sono realtà.
anonymous
PartecipanteOgnuno di noi è l’insieme delle relazioni che ha instaurato nel corso della sua vita (Benson, 1973).
Quanto detto finora ci permette anche di introdurre il concetto di sistema. Tenendo presente infatti l’importanza della relazione, si può leggere la realta’ come un ‘sistema’, ossia un insieme interrelato di parti in cui ognuna è strettamente legata ad altre (Benson, 1973, Watzlawich, 1971). Per capire meglio questo concetto, immaginiamo che ognuno di noi sia una pedina posta su una scacchiera, ognuno avra’ una sua posizione, sia assoluta (in che parte della scacchiera si trova), sia relativa rispetto agli altri membri del sistema, (se sta per esempio dietro l’alfiere e più a destra della regina, o davanti al re e accanto ad altre tre pedine etc.); ma se questa pedina si muove, immaginiamo anche di un solo passo avanti, tutto il sistema si modifica: non solo cambiera’ la posizione assoluta della pedina, che ora si trova di un passo avanti, ma anche la sua posizione relativa e di conseguenza la posizione degli altri nei suoi confronti. Ogni sistema dunque può mutare se muta una sola parte di esso (Benson, 1973). I sistemi sociali inoltre sono aperti, si può cioè entrare ed uscire dal sistema, ed il flusso delle relazioni adesso interne, si interseca con il flusso relazionale di altri sistemi. Si è parlato di individuo come inserito in un contesto di relazioni, si è parlato di sistema, si può, a questo punto, giungere ad una definizione di individuo come realta’ multisistemica (Watzlawich,1971). Una delle schematizzazioni calzante, potrebbe essere quella di considerare l’individuo come unita’ composta essa stessa, da una serie di sottosistemi: il sottosistema corpo (parte fisica, bisogni, cibo, sesso etc.), il sottosistema mente, (ossia la realta’ psicologica, emozioni, pensieri, etc.), e il sottosistema socialita’ (tradizioni, cultura, etc.) (Benson, 1973, Marchetta, 1985). Tutti e tre i sottosistemi, sono costitutivi dell’individuo, il che implica necessariamente, che nel momento in cui si analizza l’individuo, a partire solamente da una delle suddette dimensioni, o da tutte e tre, considerate però separatamente, la definizione che ne verra’ fuori, sara’, per forza di cose, monca. La nostra prospettiva, è quindi, quella di considerare un individuo a partire, sia dalle relazioni tra queste sottodimensioni, sia, contemporaneamente in base al rapporto che esso instaura con l’esterno. In generale, ciò che permette alla relazione di esistere è la comunicazione (Watlawich, 1971).
La comunicazione è un comportamento che, come la relazione necessita di una realta’ plurindividuale per potersi esprimere (Flament,1974): la comunicazione è quindi un processo. Un processo che implica diverse tappe tutte egualmente importanti e sulle quali non mi dilungherò in questa sede: il paradigma trasmittente-messaggio-ricevente, il canale verbale adottato nella comunicazione, il canale non verbale, i concetti di codifica e decodifica. La comunicazione è cioè il flusso di informazioni e di idee, ma anche di sentimenti, che segue un percorso circolare da chi trasmette, a chi riceve la comunicazione, e viceversa (Spaltro, 1993). In ogni messaggio comunicativo che trasmette un’informazione, esistono due aspetti fondamentali: l’aspetto di relazione e l’aspetto di notizia, paralleli e contemporanei (Benson & Waztlawich, 1971). L’aspetto di notizia, corrisponde all’informazione vera e propria e quindi al contenuto del messaggio, esso espresso generalmente attraverso il canale verbale, il che dimostra che la notizia sia paragonabile all’aspetto più razionale della comunicazione. L’aspetto di relazione invece, che corrisponde al senso che i partecipanti attribuiscono a se stessi e all’altro in quello specifico contesto comunicativo, passa di solito attraverso il canale non verbale, ed è caratterizzato dall’essere l’aspetto più emotivo della comunicazione. Quest’ultimo livello comunicativo (quello di relazione), non soltanto è la condizione essenziale per una comunicazione efficace e completa, ma è anche strettamente collegato con il grosso tema della consapevolezza di sè e degli altri (ecco come io mi vedo in rapporto a te in questa situazione). Noi viviamo, quindi, ricostruendo continuamente il nostro concetto di sè attraverso la comunicazione, e proponiamo agli altri il nostro modo di percepirci e di percepirli affinchè essi li rettifichino. Se comunicare, come l’abbiamo recentemente definito, è un comportamento, non esistendo per definizione un non-comportamento, non può esistere, parimenti una non-comunicazione (Watzlawich, 1971). Uno infatti degli assiomi fondanti della teoria della comunicazione, è il seguente: non si può non comunicare. Inoltre ogni comportamento umano, ivi compresa la comunicazione, assume significato solo in rapporto alla situazione, cioè a quelle particolari circostanze che in un certo momento circondano una o più persone e ne influenzano il comportamento. Il contesto, è perciò la cornice in cui si scrivono le relazioni; esso è costituito non solo dagli aspetti fisici del luogo, ma anche dai fattori istituzionali e dai messaggi espliciti, (regole) che sono stati precedentemente scambiati dai comunicanti.
La formazione della coppia: relazione diadica rispetto alla famiglia ed alla collettivita’.
Una relazione di coppia si fonda principalmente su tre parti fondamentali: io, tu e noi. Sono basilari i significati che tutte queste parti assumono individualmente e quali negoziazioni entrambi gli individui strutturano per pervenire allo stesso universo di significati condivisi rispetto ai temi suindicati (Spaltro, 1970). Tale universo di significati condivisi si struttura nel tempo, attraverso processi di apprendimento e viene strutturato contrattando le regole relazionali che stabiliscono cosa e chi io sono rispetto a te in questo mondo, in questo momento: tali processi vengono definiti ‘costruzione diadica della realta”. La scelta del partner è espressione di un gioco estremamente sottile e sofisticato in cui l’attenzione culturalmente indotta diretta a cogliere specifici elementi di interesse nell’aspetto o nel comportamento di una particolare persona si accompagna ad una ‘disattenzione’ altrettanto selettiva per tutti gli elementi del suo carattere e di rapporto con essa che potrebbero rendere problematica la relazione. La decisione iniziale apparentemente spontanea e libera, non ÒragionataÓ acquista un senso solo alla luce di quello che accade in seguito. La scelta viene a collocarsi dentro una serie di relazioni in continua evoluzione, in cui si creano sempre nuove connessioni o divergenze rispetto al significato originario. Modelli di relazione e processi di identificazione sono determinanti per la costituzione dei riferimenti individuali al momento dell’incontro: ogni individuo nel corso del suo sviluppo, prende a modello, perlomeno inizialmente i genitori, sia per quanto, riguarda la costruzione della propria identita’ nel ruolo sessuale di ‘competenza’, sia per quanto riguarda uno schema di rapporto con il partner. All’interno della vita adulta, l’individuo è spinto a realizzarsi da tutta una serie di scopi vitali e di bisogni che fanno parte delle sue potenzialita’ evolutive: da un lato la coppia rappresenta un bisogno per sè; dall’altro sembra strutturarsi come il luogo dove nascono i bisogni. Quando due persone decidono che d’ora innanzi vivranno insieme, ciascuna delle due deve modificarsi internamente e riorganizzarsi. Il tempo che due persone hanno trascorso insieme nel mondo che hanno costruito è un fattore fondamentale: ciò che hanno acquisito in comune, la condivisione dell’abitazione, della vita di quartiere o della citta’; il senso e l’obiettivo della relazione di coppia, la condivisione o meno di tutti gli ambiti personali. Lo sviluppo personale di ciascuno necessita continuamente di ridefinire la distribuzione di ruoli, funzioni e potere all’interno della coppia, in modo che tali ridefinizioni non siano troppo rigide, ma anche che la possibilita’ di cambiarle dipenda da una contrattazione e non da una scelta unilaterale. Per la costruzione e il mantenimento di queste rappresentazioni comuni sono anche importanti le esperienze emotive intese che avvengono nel corso di una vita in comune. Il fatto di raccontarsi reciprocamente i vissuti quotidiani ha un’importanza fondamentale. Molte persone dicono che non possono apprezzare veramente un film, una mostra, un viaggio se non hanno la possibilita’ di parlarne con il loro partner. La dimensione di coppia non riguarda solo i legami interpersonali tra due persone, ma anche ogni ecosistema con il quale queste ultime da ora in avanti si troveranno ad interagire. Quindi, da una parte l’individuo, grazie al partner acquista una stabilita’ emotiva attraverso questa possibilita’ di valutarne insieme, dall’altra entrambi riescono ad essere più integrati nella societa’ grazie ai correttivi reciproci. Riescono così a corrispondere meglio alle aspettative sociali.
Dinamiche di gruppo nel contesto sociale e organizzativo-lavorativo.
Le stesse dinamiche comunicative e relazionali accennate a proposito della coppia, possono anche essere applicate anche in ambito lavorativo e organizzativo. I meccanismi della coppia, del gruppo, e del collettivo, si esplicano anche all’interno del subsistema lavoro ( Katz & Kahn, 1974).
Naturalmente, infatti non si lavora da soli, ed anche in questo caso, l’unita’ minima dell’attivita’ lavorativa, si struttura in una relazione, la più semplice delle quali è quella diadica che si instaura con chi compra il lavoro o il servizio offerto: il cliente insomma (Alberoni, Miotto, Sirigatti, 1976). Per quanto strano possa sembrare infatti, il buono o il cattivo instaurarsi di questa semplice relazione, può inficiare positivamente, o negativamente la qualita’ dell’opera offerta. Questo, non solo nell’attivita’ che definiamo libera, come quella di un commerciante, di un medico, di un avvocato, ma anche in ambito strettamente aziendale (rapporto con i superiori, con i colleghi, lavoro in squadra e negoziazione delle decisioni, etc.).
Immaginiamo che in un’ipotetica azienda due persone, anche se non si sono reciprocamente scelte, sono preposte a svolgere la stessa attivita’. Dopo un po’ di tempo sentiranno di essere affiatati, la loro comunicazione subira’ delle modifiche: da una prospettiva formale e simmetrica (in cui i due si porranno in un’ottica di competitivita’) si passera’ via via ad una comunicazione più informale e cooperativa-collaborativa (spiegazione di relazione simmetrica e relazione complementare), l’obiettivo dell’azienda verra’ sempre più vissuto come proprio, etc. Anche se nata, insomma, come gruppo cosiddetto secondario, in cui i membri non si sono scelti reciprocamente, i ruoli sono ben definiti, e gli obiettivi sono per lo più produttivi, piuttosto che affettivi, come nel caso dei gruppi cosiddetti primari (due amici, due innamorati, etc.), la coppia si è strutturata come unita’, come sottosistema a sè stante, inserito nel più ampio sistema dell’organizzazione. Tutto ciò ha implicato fondamentalmente l’accettazione delle differenze individuali, l’accettazione dell’aggressivita’ e dell’espressione dei consensi, e il raggiungimento della capacita’ di negoziazione delle decisioni. Immaginiamo ora che il datore di lavoro, decida di inserire all’interno della coppia di lavoro, una terza persona. Cosa succedera’? Verranno a rompersi quegli equilibri difficilmente raggiunti, e si instaureranno dinamiche nuove (triangolazione, coalizione, esclusione, etc.) che porteranno la coppia, lentamente a trasformarsi in un gruppo. Lewin definisce il gruppo come un insieme dinamico i cui membri si percepiscono vicendevolmente come interdipendenti gli uni dagli altri per uno o più aspetti. La triade, come gia’ detto, è l’unita’ minima del gruppo, ma perchè questo si formi è necessario che nei suoi membri si instauri un sentimento nuovo, quello ‘dell’appartenenza’. Affinchè possa instaurarsi questo nuovo sentimento, il gruppo deve individuare un ‘nemico’ (vero o falso che sia), un oggetto cioè verso il quale vengano proiettate le parti peggiori di sè, e che funga da punto di unione contro cui lottare. In ambito lavorativo spesso serve al gruppo, il pensare di dover competere con altri gruppi per potersi sentire una unita’, e per accrescere la propria produttivita’; ciò d’altra parte, si rispecchia anche in ambito sociale (vedi le bande di ragazzi, o i partiti politici). Il gruppo, in definitiva ha cioè senso quando il ‘noi’ può contrapporsi ‘all’altro da noi’.
Alcuni esperimenti di Sheriff dimostrarono come, nel momento in cui vengono messi in competizione due gruppi, creati artificialmente dallo sperimentatore, cominciano ad insorgere degli stereotipi negativi del gruppo opposto e una rivalita’ tra gruppi. Se poi ai due stessi gruppi veniva comunicato di dover competere, insieme contro un terzo gruppo, i membri giungevano ad una cooperazione reciproca finalizzata alla supremazia sul terzo gruppo vissuto come ostile. Ciò avverrebbe anche perchè l’individuo inserito in gruppo tende ad uniformare i propri giudizi e le proprie modalita’ di lettura della realta’ a quelli del gruppo di appartenenza. Una delle dinamiche principali che nascono nel gruppo è quella della leadership. Il gruppo infatti, potrebbe essere definito come il luogo in cui nasce e si esercita il potere, inteso come capacita’ di influenzare le scelte degli altri. Se a livello di coppia il potere è di tipo semaforico, di veto nei confronti delle scelte del partner, nel passaggio al gruppo si trasforma in potere di influenzamento e di sviluppo (Moscovici). In ogni gruppo, di lavoro e non, il potere si incarna nella figura del leader i cui scopi fondamentali sono tre:
1) facilitare e mantenere il senso di appartenenza;
2) gestire sia i compiti che le dinamiche relazionali del gruppo
3) direzionare lo sforzo per il raggiungimento dell’obiettivo e per la sopravvivenza del gruppo stesso.
Il leader potra’ poi gestire questo potere in maniera diversa, in maniera cioè più o meno centrata sugli obiettivi o sulle relazioni.
Omosessualita’ e lavoro
E’ abbastanza intuitivo comprendere come le stesse dinamiche menzionate precedentemente in riferimento alla formazione di coppie o gruppi di lavoro si complichino nel momento in cui il mondo lavorativo entra in contatto con l’omosessualita’ in molti uffici, per fare un esempio banale, se si viene a conoscenza che quel o quel talaltro collega è gay (Grillini 1987), non sempre i colleghi o i superiori affrontano la situazione con tranquillita’, spesso, nel migliore dei casi si assiste ad una serie di battutine mirate o di doppi sensi ma, nei casi peggiori, spesso ancora ci si trova di fronte a vere e proprie discriminazioni nell’affidamento dei compiti, o negli avanzamenti di carriera, e come ben sappiamo questo clima di tensione e di sfiducia può inficiare il risultato stesso del lavoro, confermando così gli stereotipi negativi. Tali stereotipi sociali, d’altra parte, in ambito lavorativo, sono ancora più accentuati, sia per la sorta di cameratismo che viene spesso a crearsi tra colleghi di lavoro, sia, soprattutto, per la preoccupazione da parte dell’azienda in riferimento alla propria immagine: per cui un omosessuale potrebbe ‘provarci’ coi clienti, oppure potrebbe dare un’idea sbagliata dell’azienda anche solo a causa delle sue modalita’ di comportamento (Grillini 1987). Il problema tuttavia non rimane solamente confinato all’ambiente dell’ufficio, spesso, anche nel caso di gay in ‘incognito’, si pongono problemi di gestione delle interelazioni tra i diversi contesti ed i diversi ruoli occupati in ciascuno di questi contesti. E’ pur vero, infatti, che in contesti aziendali o comunque professionali si ha a che fare soprattutto con gruppi secondari, che, come gia’ spiegato, non implicano un coinvolgimento diretto delle parti più profonde della personalita’, rimanendo ad un livello più superficiale in cui l’unico scopo dello stare insieme è rappresentato dal solo raggiungimento dell’obiettivo; ma chi di noi non si è mai trovato nella situazione di essere invitato ad una cena tra colleghi magari sentendosi dire la solita frase ‘estendi pure l’invito alla tua ragazza/moglie?’ La vita privata si interseca perciò necessariamente con quella professionale, e non sempre questo incontro è facilmente gestibile. Non esistono regole o ricette per far fronte a situazioni di questo genere, nè tantomeno è nostro compito fornirvene. Sebbene la prospettiva entro cui ci si muove in questo momento storico è quella del coming out, cioè del manifestare le proprie scelte sessuali a se stessi prima di tutto, e poi agli altri, io credo che il modo migliore per vivere il rapporto spesso difficile col mondo del lavoro, consista, prima di tutto nell’essere tranquilli con se stessi, e nel comportarsi, seppur sempre in maniera coerente, nel modo più congruente possibile con la situazione in cui si è inseriti e col contesto in cui ci si trova, valutando di volta in volta quanto ci si può permettere, secondo le proprie caratteristiche personali, di aprirsi agli altri. In ambito più strettamente giuridico-legislativo, sebbene la nostra costituzione non sia tra le più aggiornate in riferimento alle questioni omosessuali, almeno sulla carta, il nostro sistema giuridico è abbastanza solido in tema di discriminazioni sul posto di lavoro per motivi di sesso o di orientamento sessuale. Sempre sulla carta, cioè, nessuno potrebbe vedersi rifiutata l’assunzione o potrebbe essere licenziato o ancora subire rallentamenti di carriera solo perchè è omosessuale (Menzione, 1996); non solo: sono vietate anche le indagini da parte del datore di lavoro sull’orientamento sessuale dei propri dipendenti o candidati all’assunzione. Si da il caso però che quasi nessun datore di lavoro si arrischia a dichiarare i motivi di mancata assunzione o di licenziamento o trasferimento di un suo dipendente con il fatto che questi è omosessuale, non dichiarandone piuttosto i motivi quando non richiesto o limitandosi ad addurre motivazioni generiche e difficilmente verificabili: ‘esigenze tecniche ed aziendali’; e ovviamente in questi casi le modalita’ di reazione da parte del discriminato sono ben scarse, a meno che tale procedimento non fosse preceduto da una serie di minacce esplicite in presenza di testimoni. E’ bene tener presente comunque che il presupposto per qualunque azione volta a far riconoscere i propri diritti in quanto gay sul posto di lavoro è non avere remore a far conoscere la propria omosessualita’ non soltanto all’intera azienda, ma anche ad una cerchia di persone molto più ampia ivi compresa la famiglia.Bibliografia
ALBERONI, F. MIOTTO, A. SIRIGATTI, S. (1976) Consumo, comunicazione e persuasione Etas. Milano.
CAVALLO-BOGGI, P. Immagine di sè e ruolo sessuale Guida. Napoli.
DEL FAVERO, R. PALOMBA, M. (1996) Identita’ diverse: Psicologia delle Omosessualita’. Counseling e Psicoterapia per Gay e Lesbiche Kappa. Roma.
FLAMENT, C. (1974) Reti di Comunicazione e strutture di gruppo. Isedi. Milano.
GIUSTI, E. (1987) Ritovarsi prima di incontrare l’altro Armando. Roma.
GRILLINI, F. (1987)Le proposte, i progetti, le iniziative dell’Arci Gay e i rapporti con il governo, gli enti locali e le associazioni. in Quaderni di critica omosessuale Bologna.
ISPES (1991) Il sorriso di Afrodite, Rapporto sulla condizione omosessuale in Italia. Vallecchi. Firenze.
KATZ, D. & KAHN, R. (1974) La psicologia sociale delle Organizzazioni Etas. Milano.
MENZIONE, E. (1996) Manuale per i diritti degli omosessuali. Babilonia ED.
MOSCOVICI Le Rappresentazioni Sociali
PALOMBA, M. (1991) Psicoterapia di Gruppo e omosessualita’, Rivista Informazione in Psicologia, Psichiatria e Psicoterapia n.12 Melusina. Roma.
ROGERS, C. (1970) Carl Rogers on encounter groups . Harper. N.Y.
SPALTRO, E. (1972) La dinamica dei piccoli gruppi. La Scuola. Brescia.
SPALTRO, E. (1993) Soggettivita’. Patron. Bologna.
WATZLAWICH, P. (1971) La Pragmatica della Comunicazione umana Astrolabio. Roma.aiutogay.it
anonymous
Partecipantesaremo un po’ tecnici ma conviene ripassare: Ognuno di noi è l’insieme delle relazioni che ha instaurato nel corso della sua vita (Benson, 1973).
Quanto detto finora ci permette anche di introdurre il concetto di sistema. Tenendo presente infatti l’importanza della relazione, si può leggere la realta’ come un ‘sistema’, ossia un insieme interrelato di parti in cui ognuna è strettamente legata ad altre (Benson, 1973, Watzlawich, 1971). Per capire meglio questo concetto, immaginiamo che ognuno di noi sia una pedina posta su una scacchiera, ognuno avra’ una sua posizione, sia assoluta (in che parte della scacchiera si trova), sia relativa rispetto agli altri membri del sistema, (se sta per esempio dietro l’alfiere e più a destra della regina, o davanti al re e accanto ad altre tre pedine etc.); ma se questa pedina si muove, immaginiamo anche di un solo passo avanti, tutto il sistema si modifica: non solo cambiera’ la posizione assoluta della pedina, che ora si trova di un passo avanti, ma anche la sua posizione relativa e di conseguenza la posizione degli altri nei suoi confronti. Ogni sistema dunque può mutare se muta una sola parte di esso (Benson, 1973). I sistemi sociali inoltre sono aperti, si può cioè entrare ed uscire dal sistema, ed il flusso delle relazioni adesso interne, si interseca con il flusso relazionale di altri sistemi. Si è parlato di individuo come inserito in un contesto di relazioni, si è parlato di sistema, si può, a questo punto, giungere ad una definizione di individuo come realta’ multisistemica (Watzlawich,1971). Una delle schematizzazioni calzante, potrebbe essere quella di considerare l’individuo come unita’ composta essa stessa, da una serie di sottosistemi: il sottosistema corpo (parte fisica, bisogni, cibo, sesso etc.), il sottosistema mente, (ossia la realta’ psicologica, emozioni, pensieri, etc.), e il sottosistema socialita’ (tradizioni, cultura, etc.) (Benson, 1973, Marchetta, 1985). Tutti e tre i sottosistemi, sono costitutivi dell’individuo, il che implica necessariamente, che nel momento in cui si analizza l’individuo, a partire solamente da una delle suddette dimensioni, o da tutte e tre, considerate però separatamente, la definizione che ne verra’ fuori, sara’, per forza di cose, monca. La nostra prospettiva, è quindi, quella di considerare un individuo a partire, sia dalle relazioni tra queste sottodimensioni, sia, contemporaneamente in base al rapporto che esso instaura con l’esterno. In generale, ciò che permette alla relazione di esistere è la comunicazione (Watlawich, 1971).
La comunicazione è un comportamento che, come la relazione necessita di una realta’ plurindividuale per potersi esprimere (Flament,1974): la comunicazione è quindi un processo. Un processo che implica diverse tappe tutte egualmente importanti e sulle quali non mi dilungherò in questa sede: il paradigma trasmittente-messaggio-ricevente, il canale verbale adottato nella comunicazione, il canale non verbale, i concetti di codifica e decodifica. La comunicazione è cioè il flusso di informazioni e di idee, ma anche di sentimenti, che segue un percorso circolare da chi trasmette, a chi riceve la comunicazione, e viceversa (Spaltro, 1993). In ogni messaggio comunicativo che trasmette un’informazione, esistono due aspetti fondamentali: l’aspetto di relazione e l’aspetto di notizia, paralleli e contemporanei (Benson & Waztlawich, 1971). L’aspetto di notizia, corrisponde all’informazione vera e propria e quindi al contenuto del messaggio, esso espresso generalmente attraverso il canale verbale, il che dimostra che la notizia sia paragonabile all’aspetto più razionale della comunicazione. L’aspetto di relazione invece, che corrisponde al senso che i partecipanti attribuiscono a se stessi e all’altro in quello specifico contesto comunicativo, passa di solito attraverso il canale non verbale, ed è caratterizzato dall’essere l’aspetto più emotivo della comunicazione. Quest’ultimo livello comunicativo (quello di relazione), non soltanto è la condizione essenziale per una comunicazione efficace e completa, ma è anche strettamente collegato con il grosso tema della consapevolezza di sè e degli altri (ecco come io mi vedo in rapporto a te in questa situazione). Noi viviamo, quindi, ricostruendo continuamente il nostro concetto di sè attraverso la comunicazione, e proponiamo agli altri il nostro modo di percepirci e di percepirli affinchè essi li rettifichino. Se comunicare, come l’abbiamo recentemente definito, è un comportamento, non esistendo per definizione un non-comportamento, non può esistere, parimenti una non-comunicazione (Watzlawich, 1971). Uno infatti degli assiomi fondanti della teoria della comunicazione, è il seguente: non si può non comunicare. Inoltre ogni comportamento umano, ivi compresa la comunicazione, assume significato solo in rapporto alla situazione, cioè a quelle particolari circostanze che in un certo momento circondano una o più persone e ne influenzano il comportamento. Il contesto, è perciò la cornice in cui si scrivono le relazioni; esso è costituito non solo dagli aspetti fisici del luogo, ma anche dai fattori istituzionali e dai messaggi espliciti, (regole) che sono stati precedentemente scambiati dai comunicanti.
La formazione della coppia: relazione diadica rispetto alla famiglia ed alla collettivita’.
Una relazione di coppia si fonda principalmente su tre parti fondamentali: io, tu e noi. Sono basilari i significati che tutte queste parti assumono individualmente e quali negoziazioni entrambi gli individui strutturano per pervenire allo stesso universo di significati condivisi rispetto ai temi suindicati (Spaltro, 1970). Tale universo di significati condivisi si struttura nel tempo, attraverso processi di apprendimento e viene strutturato contrattando le regole relazionali che stabiliscono cosa e chi io sono rispetto a te in questo mondo, in questo momento: tali processi vengono definiti ‘costruzione diadica della realta”. La scelta del partner è espressione di un gioco estremamente sottile e sofisticato in cui l’attenzione culturalmente indotta diretta a cogliere specifici elementi di interesse nell’aspetto o nel comportamento di una particolare persona si accompagna ad una ‘disattenzione’ altrettanto selettiva per tutti gli elementi del suo carattere e di rapporto con essa che potrebbero rendere problematica la relazione. La decisione iniziale apparentemente spontanea e libera, non ÒragionataÓ acquista un senso solo alla luce di quello che accade in seguito. La scelta viene a collocarsi dentro una serie di relazioni in continua evoluzione, in cui si creano sempre nuove connessioni o divergenze rispetto al significato originario. Modelli di relazione e processi di identificazione sono determinanti per la costituzione dei riferimenti individuali al momento dell’incontro: ogni individuo nel corso del suo sviluppo, prende a modello, perlomeno inizialmente i genitori, sia per quanto, riguarda la costruzione della propria identita’ nel ruolo sessuale di ‘competenza’, sia per quanto riguarda uno schema di rapporto con il partner. All’interno della vita adulta, l’individuo è spinto a realizzarsi da tutta una serie di scopi vitali e di bisogni che fanno parte delle sue potenzialita’ evolutive: da un lato la coppia rappresenta un bisogno per sè; dall’altro sembra strutturarsi come il luogo dove nascono i bisogni. Quando due persone decidono che d’ora innanzi vivranno insieme, ciascuna delle due deve modificarsi internamente e riorganizzarsi. Il tempo che due persone hanno trascorso insieme nel mondo che hanno costruito è un fattore fondamentale: ciò che hanno acquisito in comune, la condivisione dell’abitazione, della vita di quartiere o della citta’; il senso e l’obiettivo della relazione di coppia, la condivisione o meno di tutti gli ambiti personali. Lo sviluppo personale di ciascuno necessita continuamente di ridefinire la distribuzione di ruoli, funzioni e potere all’interno della coppia, in modo che tali ridefinizioni non siano troppo rigide, ma anche che la possibilita’ di cambiarle dipenda da una contrattazione e non da una scelta unilaterale. Per la costruzione e il mantenimento di queste rappresentazioni comuni sono anche importanti le esperienze emotive intese che avvengono nel corso di una vita in comune. Il fatto di raccontarsi reciprocamente i vissuti quotidiani ha un’importanza fondamentale. Molte persone dicono che non possono apprezzare veramente un film, una mostra, un viaggio se non hanno la possibilita’ di parlarne con il loro partner. La dimensione di coppia non riguarda solo i legami interpersonali tra due persone, ma anche ogni ecosistema con il quale queste ultime da ora in avanti si troveranno ad interagire. Quindi, da una parte l’individuo, grazie al partner acquista una stabilita’ emotiva attraverso questa possibilita’ di valutarne insieme, dall’altra entrambi riescono ad essere più integrati nella societa’ grazie ai correttivi reciproci. Riescono così a corrispondere meglio alle aspettative sociali.
Dinamiche di gruppo nel contesto sociale e organizzativo-lavorativo.
Le stesse dinamiche comunicative e relazionali accennate a proposito della coppia, possono anche essere applicate anche in ambito lavorativo e organizzativo. I meccanismi della coppia, del gruppo, e del collettivo, si esplicano anche all’interno del subsistema lavoro ( Katz & Kahn, 1974).
Naturalmente, infatti non si lavora da soli, ed anche in questo caso, l’unita’ minima dell’attivita’ lavorativa, si struttura in una relazione, la più semplice delle quali è quella diadica che si instaura con chi compra il lavoro o il servizio offerto: il cliente insomma (Alberoni, Miotto, Sirigatti, 1976). Per quanto strano possa sembrare infatti, il buono o il cattivo instaurarsi di questa semplice relazione, può inficiare positivamente, o negativamente la qualita’ dell’opera offerta. Questo, non solo nell’attivita’ che definiamo libera, come quella di un commerciante, di un medico, di un avvocato, ma anche in ambito strettamente aziendale (rapporto con i superiori, con i colleghi, lavoro in squadra e negoziazione delle decisioni, etc.).
Immaginiamo che in un’ipotetica azienda due persone, anche se non si sono reciprocamente scelte, sono preposte a svolgere la stessa attivita’. Dopo un po’ di tempo sentiranno di essere affiatati, la loro comunicazione subira’ delle modifiche: da una prospettiva formale e simmetrica (in cui i due si porranno in un’ottica di competitivita’) si passera’ via via ad una comunicazione più informale e cooperativa-collaborativa (spiegazione di relazione simmetrica e relazione complementare), l’obiettivo dell’azienda verra’ sempre più vissuto come proprio, etc. Anche se nata, insomma, come gruppo cosiddetto secondario, in cui i membri non si sono scelti reciprocamente, i ruoli sono ben definiti, e gli obiettivi sono per lo più produttivi, piuttosto che affettivi, come nel caso dei gruppi cosiddetti primari (due amici, due innamorati, etc.), la coppia si è strutturata come unita’, come sottosistema a sè stante, inserito nel più ampio sistema dell’organizzazione. Tutto ciò ha implicato fondamentalmente l’accettazione delle differenze individuali, l’accettazione dell’aggressivita’ e dell’espressione dei consensi, e il raggiungimento della capacita’ di negoziazione delle decisioni. Immaginiamo ora che il datore di lavoro, decida di inserire all’interno della coppia di lavoro, una terza persona. Cosa succedera’? Verranno a rompersi quegli equilibri difficilmente raggiunti, e si instaureranno dinamiche nuove (triangolazione, coalizione, esclusione, etc.) che porteranno la coppia, lentamente a trasformarsi in un gruppo. Lewin definisce il gruppo come un insieme dinamico i cui membri si percepiscono vicendevolmente come interdipendenti gli uni dagli altri per uno o più aspetti. La triade, come gia’ detto, è l’unita’ minima del gruppo, ma perchè questo si formi è necessario che nei suoi membri si instauri un sentimento nuovo, quello ‘dell’appartenenza’. Affinchè possa instaurarsi questo nuovo sentimento, il gruppo deve individuare un ‘nemico’ (vero o falso che sia), un oggetto cioè verso il quale vengano proiettate le parti peggiori di sè, e che funga da punto di unione contro cui lottare. In ambito lavorativo spesso serve al gruppo, il pensare di dover competere con altri gruppi per potersi sentire una unita’, e per accrescere la propria produttivita’; ciò d’altra parte, si rispecchia anche in ambito sociale (vedi le bande di ragazzi, o i partiti politici). Il gruppo, in definitiva ha cioè senso quando il ‘noi’ può contrapporsi ‘all’altro da noi’.
Alcuni esperimenti di Sheriff dimostrarono come, nel momento in cui vengono messi in competizione due gruppi, creati artificialmente dallo sperimentatore, cominciano ad insorgere degli stereotipi negativi del gruppo opposto e una rivalita’ tra gruppi. Se poi ai due stessi gruppi veniva comunicato di dover competere, insieme contro un terzo gruppo, i membri giungevano ad una cooperazione reciproca finalizzata alla supremazia sul terzo gruppo vissuto come ostile. Ciò avverrebbe anche perchè l’individuo inserito in gruppo tende ad uniformare i propri giudizi e le proprie modalita’ di lettura della realta’ a quelli del gruppo di appartenenza. Una delle dinamiche principali che nascono nel gruppo è quella della leadership. Il gruppo infatti, potrebbe essere definito come il luogo in cui nasce e si esercita il potere, inteso come capacita’ di influenzare le scelte degli altri. Se a livello di coppia il potere è di tipo semaforico, di veto nei confronti delle scelte del partner, nel passaggio al gruppo si trasforma in potere di influenzamento e di sviluppo (Moscovici). In ogni gruppo, di lavoro e non, il potere si incarna nella figura del leader i cui scopi fondamentali sono tre:
1) facilitare e mantenere il senso di appartenenza;
2) gestire sia i compiti che le dinamiche relazionali del gruppo
3) direzionare lo sforzo per il raggiungimento dell’obiettivo e per la sopravvivenza del gruppo stesso.
Il leader potra’ poi gestire questo potere in maniera diversa, in maniera cioè più o meno centrata sugli obiettivi o sulle relazioni.
Omosessualita’ e lavoro
E’ abbastanza intuitivo comprendere come le stesse dinamiche menzionate precedentemente in riferimento alla formazione di coppie o gruppi di lavoro si complichino nel momento in cui il mondo lavorativo entra in contatto con l’omosessualita’ in molti uffici, per fare un esempio banale, se si viene a conoscenza che quel o quel talaltro collega è gay (Grillini 1987), non sempre i colleghi o i superiori affrontano la situazione con tranquillita’, spesso, nel migliore dei casi si assiste ad una serie di battutine mirate o di doppi sensi ma, nei casi peggiori, spesso ancora ci si trova di fronte a vere e proprie discriminazioni nell’affidamento dei compiti, o negli avanzamenti di carriera, e come ben sappiamo questo clima di tensione e di sfiducia può inficiare il risultato stesso del lavoro, confermando così gli stereotipi negativi. Tali stereotipi sociali, d’altra parte, in ambito lavorativo, sono ancora più accentuati, sia per la sorta di cameratismo che viene spesso a crearsi tra colleghi di lavoro, sia, soprattutto, per la preoccupazione da parte dell’azienda in riferimento alla propria immagine: per cui un omosessuale potrebbe ‘provarci’ coi clienti, oppure potrebbe dare un’idea sbagliata dell’azienda anche solo a causa delle sue modalita’ di comportamento (Grillini 1987). Il problema tuttavia non rimane solamente confinato all’ambiente dell’ufficio, spesso, anche nel caso di gay in ‘incognito’, si pongono problemi di gestione delle interelazioni tra i diversi contesti ed i diversi ruoli occupati in ciascuno di questi contesti. E’ pur vero, infatti, che in contesti aziendali o comunque professionali si ha a che fare soprattutto con gruppi secondari, che, come gia’ spiegato, non implicano un coinvolgimento diretto delle parti più profonde della personalita’, rimanendo ad un livello più superficiale in cui l’unico scopo dello stare insieme è rappresentato dal solo raggiungimento dell’obiettivo; ma chi di noi non si è mai trovato nella situazione di essere invitato ad una cena tra colleghi magari sentendosi dire la solita frase ‘estendi pure l’invito alla tua ragazza/moglie?’ La vita privata si interseca perciò necessariamente con quella professionale, e non sempre questo incontro è facilmente gestibile. Non esistono regole o ricette per far fronte a situazioni di questo genere, nè tantomeno è nostro compito fornirvene. Sebbene la prospettiva entro cui ci si muove in questo momento storico è quella del coming out, cioè del manifestare le proprie scelte sessuali a se stessi prima di tutto, e poi agli altri, io credo che il modo migliore per vivere il rapporto spesso difficile col mondo del lavoro, consista, prima di tutto nell’essere tranquilli con se stessi, e nel comportarsi, seppur sempre in maniera coerente, nel modo più congruente possibile con la situazione in cui si è inseriti e col contesto in cui ci si trova, valutando di volta in volta quanto ci si può permettere, secondo le proprie caratteristiche personali, di aprirsi agli altri. In ambito più strettamente giuridico-legislativo, sebbene la nostra costituzione non sia tra le più aggiornate in riferimento alle questioni omosessuali, almeno sulla carta, il nostro sistema giuridico è abbastanza solido in tema di discriminazioni sul posto di lavoro per motivi di sesso o di orientamento sessuale. Sempre sulla carta, cioè, nessuno potrebbe vedersi rifiutata l’assunzione o potrebbe essere licenziato o ancora subire rallentamenti di carriera solo perchè è omosessuale (Menzione, 1996); non solo: sono vietate anche le indagini da parte del datore di lavoro sull’orientamento sessuale dei propri dipendenti o candidati all’assunzione. Si da il caso però che quasi nessun datore di lavoro si arrischia a dichiarare i motivi di mancata assunzione o di licenziamento o trasferimento di un suo dipendente con il fatto che questi è omosessuale, non dichiarandone piuttosto i motivi quando non richiesto o limitandosi ad addurre motivazioni generiche e difficilmente verificabili: ‘esigenze tecniche ed aziendali’; e ovviamente in questi casi le modalita’ di reazione da parte del discriminato sono ben scarse, a meno che tale procedimento non fosse preceduto da una serie di minacce esplicite in presenza di testimoni. E’ bene tener presente comunque che il presupposto per qualunque azione volta a far riconoscere i propri diritti in quanto gay sul posto di lavoro è non avere remore a far conoscere la propria omosessualita’ non soltanto all’intera azienda, ma anche ad una cerchia di persone molto più ampia ivi compresa la famiglia.Bibliografia
ALBERONI, F. MIOTTO, A. SIRIGATTI, S. (1976) Consumo, comunicazione e persuasione Etas. Milano.
CAVALLO-BOGGI, P. Immagine di sè e ruolo sessuale Guida. Napoli.
DEL FAVERO, R. PALOMBA, M. (1996) Identita’ diverse: Psicologia delle Omosessualita’. Counseling e Psicoterapia per Gay e Lesbiche Kappa. Roma.
FLAMENT, C. (1974) Reti di Comunicazione e strutture di gruppo. Isedi. Milano.
GIUSTI, E. (1987) Ritovarsi prima di incontrare l’altro Armando. Roma.
GRILLINI, F. (1987)Le proposte, i progetti, le iniziative dell’Arci Gay e i rapporti con il governo, gli enti locali e le associazioni. in Quaderni di critica omosessuale Bologna.
ISPES (1991) Il sorriso di Afrodite, Rapporto sulla condizione omosessuale in Italia. Vallecchi. Firenze.
KATZ, D. & KAHN, R. (1974) La psicologia sociale delle Organizzazioni Etas. Milano.
MENZIONE, E. (1996) Manuale per i diritti degli omosessuali. Babilonia ED.
MOSCOVICI Le Rappresentazioni Sociali
PALOMBA, M. (1991) Psicoterapia di Gruppo e omosessualita’, Rivista Informazione in Psicologia, Psichiatria e Psicoterapia n.12 Melusina. Roma.
ROGERS, C. (1970) Carl Rogers on encounter groups . Harper. N.Y.
SPALTRO, E. (1972) La dinamica dei piccoli gruppi. La Scuola. Brescia.
SPALTRO, E. (1993) Soggettivita’. Patron. Bologna.
WATZLAWICH, P. (1971) La Pragmatica della Comunicazione umana Astrolabio. Roma..aiutogay.it
anonymous
PartecipanteE’ questione di gusti,ma io do ragione a Franceschin……..
anonymous
PartecipanteSono sei anni che stiamo insieme, ci amiamo ma non facciamo più l’amore da un anno perchè non mi eccita più. Non mi rizza più, ma questo non vuole dire che non lo amo più, lo amo sempre e semplicemente tutto questo è diventato amore, affetto, unione, ci prendiamo cura l’uno e l’altro, ridiamo, guardiamo film, cuciniamo insieme…Gli ho detto che se lui non fa niente non posso autoeccitarmi così per farlo felice e quindi siamo arrivati a lasciare perdere il sesso (però lo vedo che spera sempre, può succedere di nuovo ma non sarò più come prima). Volevo lasciarlo per non farlo soffrire del fatto che non facciamo più sesso e lui ha scelto di stare con me anche senza sesso…gli piace di piu camminare insieme con la mano per lungo percorso della vita…
Credimi, per me non è un problema come il tuo fidanzato, è un problema di moltissime coppie di tutto mondo, non si può avere tutto…
Io sinceramente preferisco avere un compagno complementare con cui camminare insieme per tutto il sentiero che rimanere solo con molte brevi avventure tristi.anonymous
Partecipante@Anonymous wrote:
Salve a tutti. Sono due mesi che sto con il mio ragazzo ed è da un pò di tempo che tenta di avere un rapporto “completo”. Lui è attivo. Tempo fa provai a fare il passivo, l’idea di riceverlo mi alletta molto, ma il dolore era forte e ho resistito con difficoltà. Volevo qualche consiglio e anche qualche chiarimento. Ogni volta sarà così doloroso? O è solo la prima volta?
Grazie in anticipoquando ricevi un bel caxxo GONFIO e BOLLENTE il dolore poi si trasforma in LIBIDINE!!! 😀 😀 😀
anonymous
Partecipanteno scusate ma una bella boccata di sborra calda non si batte.
anche un bel culo burroso puo essere piacevole ma un cazzo che ti viene in bocca..anonymous
Partecipanteè diventato uomo per andare coi maschi gay? -.- questa storia non regge, è una bufala inventata !!!!!!!!! neanche su TopGirl scrivevano cose del genere per riempire la rubrica…..
anonymous
PartecipanteEcco vorrei una cosa del genere in Toscana… ma anche con massaggi. Mi suggerite qualche bel posto? grazie
anonymous
PartecipanteTroppo lontano!!
Intendevo dir in Toscana o al max Bologna!
Mi piacerebbe passare una giornata in un centro benessere frequentato da gay, con sauna, bagno turco, massaggi e….. altro.Aiutatemi a passare una bella giornata!
M
anonymous
PartecipanteVai e prova, dopo puoi giuducare se Ti piace o meno.
Qualcuno dice ambiente triste, non direi, almeno io mi diverto sempre moltissimo – dipende dal punto di vista e dai gusti.
Io per principio non mi aspetto mai gran che di qualsiasi cosa, quindi se poi si combina…… molto meglio; e si combina !! -
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