Gay.it Forum › Forum › Amore e sentimenti › Quando il partner non vuol più fare l’amore
- Questo topic ha 35 risposte, 9 partecipanti ed è stato aggiornato l'ultima volta 10 anni, 5 mesi fa da
yure21.
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3 Dicembre 2015 alle 23:02 #967529
anonymous
PartecipanteIo ho una situazione simile: insieme al mio compagno da quasi 22 è da 3-4 anni che non si fa più sesso; l’interesse soprattutto di lui è lentamente sparito e farlo era una fatica… finchè si è smesso anche di provarci; è stato duro accettarlo ma è nato un altro equilibrio perchè ci sono altre cose che ci legano l’amore, l’affetto, la tenerezza, la complicità, il rispetto reciproco gli interessi comuni ecc. – ma è stata una scelta nostra che magari mica a tutti può andare bene; e poi noi siamo 50n … a 25-30 credo sia diverso…. poi mica siamo tutti uguali nei bisogni di sesso… è difficile trovare uguali livelli di desiderio e di soddisfazione sempre… è una fortuna enorme trovare un partner che duri anni!! in questo non siamo poi tanto diversi dagli etero…
4 Dicembre 2015 alle 4:11 #967530anonymous
Partecipantema come si fa a stare insieme ad una persona che ami e non farci l’amore?
Ho 26 anni e rimango basito dal fatto che la maggioranza delle persone che ha commentato qui, non faccia l’amore col proprio partner. Che dire, è assurdo ! Non fare l’amore è campanello d’allarme e fossi in te, risolverei non parlandone (qualora tu nn l’abbia fatto), ma facendo i fatti e controllandolo di più.4 Dicembre 2015 alle 12:29 #967531anonymous
PartecipanteCiao.
Se le motivazioni che il tuo Lui ha fornito sono sincere, allora c’è un blocco psicologico che va rimosso, e consiglierei vivamente di rivolgersi ad uno psicologo, magari andandoci insieme e parlandone con franchezza, e cercando anche di chiarire il perché abbiate tutte queste discussioni (sesso a parte) che lo bloccano, e perché non ti voglia (più) mettere a parte delle sue decisioni e della sua vita (potrebbe esserci anche un problema tuo, forse un’eccessiva “possessività”: anche su questo forse bisogna riflettere).Ma il fatto che eviti ANCHE i baci profondi mi preoccupa… vien da pensare che possa avere un amante occasionale, e voglia stare con un piede in due scarpe perché ha paura di perdere la quotidianità con te. Oppure semplicemente che è finita, come scriveva qualcun altro, la sua attrazione fisica verso di te, e comunque vuol salvare quel che di bello c’è nel vostro rapporto: devo ammettere che questo mi sarebbe più comprensibile in presenza di una differenza d’età molto maggiore, ma nel vostro caso mi pare davvero strano…
Comunque facci sapere, e in bocca al lupo. 😉
4 Dicembre 2015 alle 15:44 #967532anonymous
PartecipanteRagazzi grazie dei vostri interventi.
Io sono davvero preoccupato e penso si sia visto.
Dopo l’ultimo confrontno è venuto fuori che lui non ne può più delle mie critiche e del fatto che sente di non essere abbastanza per me e quindi si è chiuso in questo stato. La cosa che mi fa arrabbiare è che io sono burbero e rompicoglioni in generale ma anche lui durante litigate mi ha detto delle cose che davvero mi hanno fatto crollare tutta la stima che ho per lui e mi hanno fatto soffrire ma questo nei suoi confronti non ha cambiato niente.
Sì, ho pensato che lui non voglia perdere la quotidianità, inoltre neanche io se devo essere sincero ma se la situazione dovesse continuare io non ce la farei.
Sapete cosa mi ha detto in un’ultima discussione: che se dovessimo andare avanti senza sesso per lui mica sarebbe tutta questa tragedia!!! Ora, io cerco di controllarlo per quanto mi è possibile ma voglio fidarmi del mio partner però che cazzo! Come può essere possibile questo anche volendogli dare fiducia? Le pulsioni ci sono e da qualche parte deve sfogarle no??? Posso capire qualche mese di stanca ma SEMPRE DA ANNI???
Ah un’ultima cosa: gli ho chiesto di parlarne con amici o amiche ma lui si rifiuta categoricamente perché non lo vede come un problema.
A questo punto mi trovo davanti a un bivio: ha un altro e sta bene così o davvero non lo sente come un problema?
Ripeto, mi sento ridicolo, ma sto soffrendo molto. Abbiamo avuto la fortuna di incontrarci, vorrei che ci fosse il rispetto reciproco di dirci almeno la verità.
5 Dicembre 2015 alle 0:31 #967533anonymous
PartecipanteDue anni che non ti desidera più e stai ancora a parlarne? Quante giustificazioni vuoi ancora tirar fuori per non capire l’unica cosa che c’è da capire……Non ti ama più, ti vede come un amico a cui fare le coccole…..Non hai specificato la vostra situazione lavorativa e logistica, non voglio pensare che stia ancora con te per interesse (capita purtroppo), ma siete giovani, datevi la possibilità di trovare un nuovo amore…..Hai detto che vorresti passarci tutta la vita, ma come fai a volerlo quando non lo stimi? Resto basito per quanto a volte ci accontentiamo pur di non perdere un punto di riferimento (in questo caso inutile perchè falso), ma poi giunge la consapevolezza di aver perso tempo e ciò ci da poi la forza di spezzare il fragile filo che ci unisce all’inutilità del rapporto. Strappa questo filo sottile che ancora vi unisce e rinasci a nuova vita; il tuo compagno ormai solo amico, diverrà poi un conoscente. In bocca al lupo e cerca di volerti un po’ di bene……hai già aspettato abbastanza.
5 Dicembre 2015 alle 1:10 #967534hugeunicum
PartecipanteLa mia convivenza piu’ lunga e’ durata otto anni. Per i primi quattro era sesso sesso sesso. L’ultimo anno che stavamo assieme lo avremo fatto un paio di volte. E mi e’ sembrato una specie di incesto.
5 Dicembre 2015 alle 2:24 #967535anonymous
Partecipanteciao spero ti possa essere utile in qualche modo la mia risposta,che è poi la mia esperienza,niente di più.ho vissuto una bellissima storia d’amore di quasi 6 anni.il sesto ancora in corso,se non fosse per il fatto che lui è partito,è andato in america,per motivi di studio,io son rimasto qui in italia e ora mi ha lasciato,per tanti motivi,molti dei quali più che sostenibili,più di quanto lui stesso creda.non serve tutto lo spiegone del perchè è finita.ti dico solo che fino a poco tempo prima che partisse,e per quasi due anni,quindi dopo il terzo da quando stavamo insieme,io non ho praticamente avuto quasi più voglia di fare l’amore con lui,pur essendo lui un ragazzo estremamente attraente e passionale sotto tutti i punti di vista e innamoratissimo di me.sentivo dentro di me un sentimento che a questo punto ho paura a chiamare amore,ma era comunque un sentimento che mi impediva di lasciarlo,credevo che non avrei potuto vivere senza di lui,era parte di me,delle mie giornate,del mio star bene con me stesso e col mondo.ma non avevo voglia di farci l’amore.e qui ti parlo con il cuore in mano,senza ipocrisia,e col massimo della sincerità,pur sapendo che probabilmente dovrei provare solo vergogna a scrivere quello che sto per dirti.malo faccio per dare una mano,se può servire.tieni a mente che ogni persona e ogni coppia sono un universo a sè.io ti do la mia esperienza,non è detto che valga anche per voi due.questo è molto importante che tu lo prenda in considerazione.è capitato che semplicemente mi ero abituato a lui,troppo abituato.davo per scontata la sua presenza e soprattutto il suo amore,il suo essere accanto a me,il suo desiderarmi continuamente,ed è venuta fuori con violenza allucinante tutta la mia parte puttanella,parte di cui forse chi più chi meno,ognuno di noi ne tiene un pezzetto dentro.forse.per quei due lunghi terribili e penosi anni ho avuto costantemente una voglia pazzesca di fare sesso con altri,senza mai avere il coraggio di lasciarlo.ti dico sinceramente,avevo proprio voglia di provare altri corpi,altre sensazioni,altri modi di fare l’amore.tutti gli altri uomini che destavano in me interesse erano tutti appetibili e tutti sessualmente più attraenti del mio ragazzo.non mi sono mai innamorato di nessuno,né volevo farlo,ma avevo voglia incontenibile di scopare,con altri uomini.è stato terribile.anche se la colpa è tutta mia,è stato comunque terribile.all’inizio ho cercato di resistere,non volevo tradirlo,poi non ce l’ho fatta più,ed ho ceduto,prima qualche volta,poi sempre più spesso.non sono riuscito ad evitarlo in nessuno modo.quando avevo l’occasione era più forte di me.ho fatto schifo,in una parola.ho cercato mille alibi,prima durante e dopo,ma la verità è solo una:ho fatto schifo.non siamo animali.siamo uomini.io invece mi sono comportato da animale,e non sai quanto è duro ammetterlo.ci sono talmente tante di quelle cose belle in un rapporto di coppia quando c’è l’amore vero che avrei serenamente potuto portare la mente in mille altri posti.invece da vigliacco quale sono ho scelto la via più facile e immediata,cioè ascoltare l’animale che è in me e concedermi tutto quello che ho voluto.peccato che adesso che l’ho perso ho perso oltre a lui 15 kili in un mese e mezzo,sempre da un mese e mezzo non dormo più,non ho voglia di vedere gente di uscire e nemmeno di fare sesso,adesso che potrei.praticamente non vivo più.e non so come e quando me ne tirerò fuori.se mai me ne tirerò fuori.non è paradossale tutto questo?eppure è così.ovviamente mi ha lasciato lui.sono divorato dai sensi di colpa,per quello che ho fatto e per quello che avrei potuto fare e che non ho fatto per tenerlo legato a me e per essermi accorto solo adesso che l’ho perso di quanto valeva di quanto fosse bello stare con lui e fare l’amore con lui.ti parlo con il cuore in mano,e non sai quanto male mi fa vedere nero su bianco il mostro che sono stato.la fedeltà,consapevole,donata alla persona che ami,può essere una cosa bellissima.lo dico io,che sono stato tutto tranne che fedele.lascio a te ogni possibile considerazione.mi fa male andare oltre,e come ti dicevo su la mia è solo una storia,unica,mia personale,magari simile a quella di altri,ma il suo ripetersi ,non è fisiologicamente necessario in nesun altra coppia,per fortuna.ti dico,cerca solo di capire cosa non va.se non ha voglia di fare l’amore c’è qualcosa che non va.impossibile stabilire cosa dal di fuori,con inutili profezie o altrettanto inutili paragoni.questo puoi scoprirlo solo tu,con modi e mezzi che tu riterrai opportuni.l’unico consiglio che mi permetto di darti è di non pressarlo per far sesso,anzi prova a fare esattamente tutto quello che lui dice.senza parlarne,fallo semplicemente.se ha la coscienza sporca si accorgerà immediatamente del calo di attenzioni da parte tua,e comincerà a provare un po’ di sano panico.a me è successo,anche se purtroppo non è bastato.ma cambierà certo atteggiamento.è un consiglio,prendilo con le pinze.mi auguro per lui che non si trovi nella mia stessa situazione.alla fine saresti comuque tu il vincitore,e lui lo sconfitto.ma nell’amore non c’è bisogno né dell’uno né dell’altro.non sai cosa darei per poter tornare indietro.questa volta tocca a me la parte dello sconfitto,e la sto pagando a un prezzo altissimo,altissimo.arriva sempre comunque un bilanciamento,in tempi e modi che a volte sono impercettibili,ma arriva.ti auguro tutto il bene possibile.ciao
5 Dicembre 2015 alle 10:21 #967536anonymous
PartecipanteA me e’ successo dopo 4 anni di storia; ero semplicemente attratto da un’altra persona e il mio compagno non era piu’ l’oggetto del desiderio! L’altra persona rappresentava la passione e la voglia di far sesso.
8 mesi in cui “fare l’amore con il mio compagno” era quasi un obbligo.
Ci siamo separati, te lo consiglio e’ la cosa migliore…si soffre ma si capisce cosa si vuole! magari e’ un mese, una settimana o per sempre ma in tutti i casi la smetti di star male.
Io lo amo ancora, ha fatto parte della mia vita per quattro lunghi anni…ma non e’ piu’ il mio compagno di vita, l’insieme di amore, passione e desiderio…..e’ doloroso rendersene conto ma l’unico modo per ricominciare.in bocca al lupo
ste5 Dicembre 2015 alle 14:03 #967537anonymous
PartecipanteHo cercato di analizzarmi. Di capire cosa mi sarebbe mancato di lui se l’avessi lasciato. Ebbene a me mancherebbe tutto, dal sesso alla persona, dalle chiacchiere al futuro che vorrei con lui, dal modo in cui ridiamo al modo in cui programmiamo viaggi, alle coccole ai baci.
Sono arrivato alla conclusione che per me non è abitudine, non è un amico e non ho paura a lasciarlo. Nella mia vita non ho mai avuto paura della solitudine, ho rinunciato a valanghe di amici, stando da solo a casa il sabato sera e non avendo nessuno con cui parlare perché non facevano per me. Non ho paura, davvero.
Comunque sia ieri è successo. L’abbiamo fatto. Non so perché si sentisse smosso dal mio discorso, ma l’abbiamo fatto. E’ stato bello ma da parte sua non ho sentito quella passione bruciante del voler stare insieme prima o dopo. Quei preliminari che ti fanno capire che la persona ti vuole veramente. Non so se mi spiego. Ho sentito freddezza. Forse è stata solo una mia impressione. O forse semplicemente non ci sto capendo più niente.
5 Dicembre 2015 alle 19:32 #967538anonymous
PartecipanteSono sei anni che stiamo insieme, ci amiamo ma non facciamo più l’amore da un anno perchè non mi eccita più. Non mi rizza più, ma questo non vuole dire che non lo amo più, lo amo sempre e semplicemente tutto questo è diventato amore, affetto, unione, ci prendiamo cura l’uno e l’altro, ridiamo, guardiamo film, cuciniamo insieme…Gli ho detto che se lui non fa niente non posso autoeccitarmi così per farlo felice e quindi siamo arrivati a lasciare perdere il sesso (però lo vedo che spera sempre, può succedere di nuovo ma non sarò più come prima). Volevo lasciarlo per non farlo soffrire del fatto che non facciamo più sesso e lui ha scelto di stare con me anche senza sesso…gli piace di piu camminare insieme con la mano per lungo percorso della vita…
Credimi, per me non è un problema come il tuo fidanzato, è un problema di moltissime coppie di tutto mondo, non si può avere tutto…
Io sinceramente preferisco avere un compagno complementare con cui camminare insieme per tutto il sentiero che rimanere solo con molte brevi avventure tristi.5 Dicembre 2015 alle 21:18 #967539anonymous
Partecipantesaremo un po’ tecnici ma conviene ripassare: Ognuno di noi è l’insieme delle relazioni che ha instaurato nel corso della sua vita (Benson, 1973).
Quanto detto finora ci permette anche di introdurre il concetto di sistema. Tenendo presente infatti l’importanza della relazione, si può leggere la realta’ come un ‘sistema’, ossia un insieme interrelato di parti in cui ognuna è strettamente legata ad altre (Benson, 1973, Watzlawich, 1971). Per capire meglio questo concetto, immaginiamo che ognuno di noi sia una pedina posta su una scacchiera, ognuno avra’ una sua posizione, sia assoluta (in che parte della scacchiera si trova), sia relativa rispetto agli altri membri del sistema, (se sta per esempio dietro l’alfiere e più a destra della regina, o davanti al re e accanto ad altre tre pedine etc.); ma se questa pedina si muove, immaginiamo anche di un solo passo avanti, tutto il sistema si modifica: non solo cambiera’ la posizione assoluta della pedina, che ora si trova di un passo avanti, ma anche la sua posizione relativa e di conseguenza la posizione degli altri nei suoi confronti. Ogni sistema dunque può mutare se muta una sola parte di esso (Benson, 1973). I sistemi sociali inoltre sono aperti, si può cioè entrare ed uscire dal sistema, ed il flusso delle relazioni adesso interne, si interseca con il flusso relazionale di altri sistemi. Si è parlato di individuo come inserito in un contesto di relazioni, si è parlato di sistema, si può, a questo punto, giungere ad una definizione di individuo come realta’ multisistemica (Watzlawich,1971). Una delle schematizzazioni calzante, potrebbe essere quella di considerare l’individuo come unita’ composta essa stessa, da una serie di sottosistemi: il sottosistema corpo (parte fisica, bisogni, cibo, sesso etc.), il sottosistema mente, (ossia la realta’ psicologica, emozioni, pensieri, etc.), e il sottosistema socialita’ (tradizioni, cultura, etc.) (Benson, 1973, Marchetta, 1985). Tutti e tre i sottosistemi, sono costitutivi dell’individuo, il che implica necessariamente, che nel momento in cui si analizza l’individuo, a partire solamente da una delle suddette dimensioni, o da tutte e tre, considerate però separatamente, la definizione che ne verra’ fuori, sara’, per forza di cose, monca. La nostra prospettiva, è quindi, quella di considerare un individuo a partire, sia dalle relazioni tra queste sottodimensioni, sia, contemporaneamente in base al rapporto che esso instaura con l’esterno. In generale, ciò che permette alla relazione di esistere è la comunicazione (Watlawich, 1971).
La comunicazione è un comportamento che, come la relazione necessita di una realta’ plurindividuale per potersi esprimere (Flament,1974): la comunicazione è quindi un processo. Un processo che implica diverse tappe tutte egualmente importanti e sulle quali non mi dilungherò in questa sede: il paradigma trasmittente-messaggio-ricevente, il canale verbale adottato nella comunicazione, il canale non verbale, i concetti di codifica e decodifica. La comunicazione è cioè il flusso di informazioni e di idee, ma anche di sentimenti, che segue un percorso circolare da chi trasmette, a chi riceve la comunicazione, e viceversa (Spaltro, 1993). In ogni messaggio comunicativo che trasmette un’informazione, esistono due aspetti fondamentali: l’aspetto di relazione e l’aspetto di notizia, paralleli e contemporanei (Benson & Waztlawich, 1971). L’aspetto di notizia, corrisponde all’informazione vera e propria e quindi al contenuto del messaggio, esso espresso generalmente attraverso il canale verbale, il che dimostra che la notizia sia paragonabile all’aspetto più razionale della comunicazione. L’aspetto di relazione invece, che corrisponde al senso che i partecipanti attribuiscono a se stessi e all’altro in quello specifico contesto comunicativo, passa di solito attraverso il canale non verbale, ed è caratterizzato dall’essere l’aspetto più emotivo della comunicazione. Quest’ultimo livello comunicativo (quello di relazione), non soltanto è la condizione essenziale per una comunicazione efficace e completa, ma è anche strettamente collegato con il grosso tema della consapevolezza di sè e degli altri (ecco come io mi vedo in rapporto a te in questa situazione). Noi viviamo, quindi, ricostruendo continuamente il nostro concetto di sè attraverso la comunicazione, e proponiamo agli altri il nostro modo di percepirci e di percepirli affinchè essi li rettifichino. Se comunicare, come l’abbiamo recentemente definito, è un comportamento, non esistendo per definizione un non-comportamento, non può esistere, parimenti una non-comunicazione (Watzlawich, 1971). Uno infatti degli assiomi fondanti della teoria della comunicazione, è il seguente: non si può non comunicare. Inoltre ogni comportamento umano, ivi compresa la comunicazione, assume significato solo in rapporto alla situazione, cioè a quelle particolari circostanze che in un certo momento circondano una o più persone e ne influenzano il comportamento. Il contesto, è perciò la cornice in cui si scrivono le relazioni; esso è costituito non solo dagli aspetti fisici del luogo, ma anche dai fattori istituzionali e dai messaggi espliciti, (regole) che sono stati precedentemente scambiati dai comunicanti.
La formazione della coppia: relazione diadica rispetto alla famiglia ed alla collettivita’.
Una relazione di coppia si fonda principalmente su tre parti fondamentali: io, tu e noi. Sono basilari i significati che tutte queste parti assumono individualmente e quali negoziazioni entrambi gli individui strutturano per pervenire allo stesso universo di significati condivisi rispetto ai temi suindicati (Spaltro, 1970). Tale universo di significati condivisi si struttura nel tempo, attraverso processi di apprendimento e viene strutturato contrattando le regole relazionali che stabiliscono cosa e chi io sono rispetto a te in questo mondo, in questo momento: tali processi vengono definiti ‘costruzione diadica della realta”. La scelta del partner è espressione di un gioco estremamente sottile e sofisticato in cui l’attenzione culturalmente indotta diretta a cogliere specifici elementi di interesse nell’aspetto o nel comportamento di una particolare persona si accompagna ad una ‘disattenzione’ altrettanto selettiva per tutti gli elementi del suo carattere e di rapporto con essa che potrebbero rendere problematica la relazione. La decisione iniziale apparentemente spontanea e libera, non ÒragionataÓ acquista un senso solo alla luce di quello che accade in seguito. La scelta viene a collocarsi dentro una serie di relazioni in continua evoluzione, in cui si creano sempre nuove connessioni o divergenze rispetto al significato originario. Modelli di relazione e processi di identificazione sono determinanti per la costituzione dei riferimenti individuali al momento dell’incontro: ogni individuo nel corso del suo sviluppo, prende a modello, perlomeno inizialmente i genitori, sia per quanto, riguarda la costruzione della propria identita’ nel ruolo sessuale di ‘competenza’, sia per quanto riguarda uno schema di rapporto con il partner. All’interno della vita adulta, l’individuo è spinto a realizzarsi da tutta una serie di scopi vitali e di bisogni che fanno parte delle sue potenzialita’ evolutive: da un lato la coppia rappresenta un bisogno per sè; dall’altro sembra strutturarsi come il luogo dove nascono i bisogni. Quando due persone decidono che d’ora innanzi vivranno insieme, ciascuna delle due deve modificarsi internamente e riorganizzarsi. Il tempo che due persone hanno trascorso insieme nel mondo che hanno costruito è un fattore fondamentale: ciò che hanno acquisito in comune, la condivisione dell’abitazione, della vita di quartiere o della citta’; il senso e l’obiettivo della relazione di coppia, la condivisione o meno di tutti gli ambiti personali. Lo sviluppo personale di ciascuno necessita continuamente di ridefinire la distribuzione di ruoli, funzioni e potere all’interno della coppia, in modo che tali ridefinizioni non siano troppo rigide, ma anche che la possibilita’ di cambiarle dipenda da una contrattazione e non da una scelta unilaterale. Per la costruzione e il mantenimento di queste rappresentazioni comuni sono anche importanti le esperienze emotive intese che avvengono nel corso di una vita in comune. Il fatto di raccontarsi reciprocamente i vissuti quotidiani ha un’importanza fondamentale. Molte persone dicono che non possono apprezzare veramente un film, una mostra, un viaggio se non hanno la possibilita’ di parlarne con il loro partner. La dimensione di coppia non riguarda solo i legami interpersonali tra due persone, ma anche ogni ecosistema con il quale queste ultime da ora in avanti si troveranno ad interagire. Quindi, da una parte l’individuo, grazie al partner acquista una stabilita’ emotiva attraverso questa possibilita’ di valutarne insieme, dall’altra entrambi riescono ad essere più integrati nella societa’ grazie ai correttivi reciproci. Riescono così a corrispondere meglio alle aspettative sociali.
Dinamiche di gruppo nel contesto sociale e organizzativo-lavorativo.
Le stesse dinamiche comunicative e relazionali accennate a proposito della coppia, possono anche essere applicate anche in ambito lavorativo e organizzativo. I meccanismi della coppia, del gruppo, e del collettivo, si esplicano anche all’interno del subsistema lavoro ( Katz & Kahn, 1974).
Naturalmente, infatti non si lavora da soli, ed anche in questo caso, l’unita’ minima dell’attivita’ lavorativa, si struttura in una relazione, la più semplice delle quali è quella diadica che si instaura con chi compra il lavoro o il servizio offerto: il cliente insomma (Alberoni, Miotto, Sirigatti, 1976). Per quanto strano possa sembrare infatti, il buono o il cattivo instaurarsi di questa semplice relazione, può inficiare positivamente, o negativamente la qualita’ dell’opera offerta. Questo, non solo nell’attivita’ che definiamo libera, come quella di un commerciante, di un medico, di un avvocato, ma anche in ambito strettamente aziendale (rapporto con i superiori, con i colleghi, lavoro in squadra e negoziazione delle decisioni, etc.).
Immaginiamo che in un’ipotetica azienda due persone, anche se non si sono reciprocamente scelte, sono preposte a svolgere la stessa attivita’. Dopo un po’ di tempo sentiranno di essere affiatati, la loro comunicazione subira’ delle modifiche: da una prospettiva formale e simmetrica (in cui i due si porranno in un’ottica di competitivita’) si passera’ via via ad una comunicazione più informale e cooperativa-collaborativa (spiegazione di relazione simmetrica e relazione complementare), l’obiettivo dell’azienda verra’ sempre più vissuto come proprio, etc. Anche se nata, insomma, come gruppo cosiddetto secondario, in cui i membri non si sono scelti reciprocamente, i ruoli sono ben definiti, e gli obiettivi sono per lo più produttivi, piuttosto che affettivi, come nel caso dei gruppi cosiddetti primari (due amici, due innamorati, etc.), la coppia si è strutturata come unita’, come sottosistema a sè stante, inserito nel più ampio sistema dell’organizzazione. Tutto ciò ha implicato fondamentalmente l’accettazione delle differenze individuali, l’accettazione dell’aggressivita’ e dell’espressione dei consensi, e il raggiungimento della capacita’ di negoziazione delle decisioni. Immaginiamo ora che il datore di lavoro, decida di inserire all’interno della coppia di lavoro, una terza persona. Cosa succedera’? Verranno a rompersi quegli equilibri difficilmente raggiunti, e si instaureranno dinamiche nuove (triangolazione, coalizione, esclusione, etc.) che porteranno la coppia, lentamente a trasformarsi in un gruppo. Lewin definisce il gruppo come un insieme dinamico i cui membri si percepiscono vicendevolmente come interdipendenti gli uni dagli altri per uno o più aspetti. La triade, come gia’ detto, è l’unita’ minima del gruppo, ma perchè questo si formi è necessario che nei suoi membri si instauri un sentimento nuovo, quello ‘dell’appartenenza’. Affinchè possa instaurarsi questo nuovo sentimento, il gruppo deve individuare un ‘nemico’ (vero o falso che sia), un oggetto cioè verso il quale vengano proiettate le parti peggiori di sè, e che funga da punto di unione contro cui lottare. In ambito lavorativo spesso serve al gruppo, il pensare di dover competere con altri gruppi per potersi sentire una unita’, e per accrescere la propria produttivita’; ciò d’altra parte, si rispecchia anche in ambito sociale (vedi le bande di ragazzi, o i partiti politici). Il gruppo, in definitiva ha cioè senso quando il ‘noi’ può contrapporsi ‘all’altro da noi’.
Alcuni esperimenti di Sheriff dimostrarono come, nel momento in cui vengono messi in competizione due gruppi, creati artificialmente dallo sperimentatore, cominciano ad insorgere degli stereotipi negativi del gruppo opposto e una rivalita’ tra gruppi. Se poi ai due stessi gruppi veniva comunicato di dover competere, insieme contro un terzo gruppo, i membri giungevano ad una cooperazione reciproca finalizzata alla supremazia sul terzo gruppo vissuto come ostile. Ciò avverrebbe anche perchè l’individuo inserito in gruppo tende ad uniformare i propri giudizi e le proprie modalita’ di lettura della realta’ a quelli del gruppo di appartenenza. Una delle dinamiche principali che nascono nel gruppo è quella della leadership. Il gruppo infatti, potrebbe essere definito come il luogo in cui nasce e si esercita il potere, inteso come capacita’ di influenzare le scelte degli altri. Se a livello di coppia il potere è di tipo semaforico, di veto nei confronti delle scelte del partner, nel passaggio al gruppo si trasforma in potere di influenzamento e di sviluppo (Moscovici). In ogni gruppo, di lavoro e non, il potere si incarna nella figura del leader i cui scopi fondamentali sono tre:
1) facilitare e mantenere il senso di appartenenza;
2) gestire sia i compiti che le dinamiche relazionali del gruppo
3) direzionare lo sforzo per il raggiungimento dell’obiettivo e per la sopravvivenza del gruppo stesso.
Il leader potra’ poi gestire questo potere in maniera diversa, in maniera cioè più o meno centrata sugli obiettivi o sulle relazioni.
Omosessualita’ e lavoro
E’ abbastanza intuitivo comprendere come le stesse dinamiche menzionate precedentemente in riferimento alla formazione di coppie o gruppi di lavoro si complichino nel momento in cui il mondo lavorativo entra in contatto con l’omosessualita’ in molti uffici, per fare un esempio banale, se si viene a conoscenza che quel o quel talaltro collega è gay (Grillini 1987), non sempre i colleghi o i superiori affrontano la situazione con tranquillita’, spesso, nel migliore dei casi si assiste ad una serie di battutine mirate o di doppi sensi ma, nei casi peggiori, spesso ancora ci si trova di fronte a vere e proprie discriminazioni nell’affidamento dei compiti, o negli avanzamenti di carriera, e come ben sappiamo questo clima di tensione e di sfiducia può inficiare il risultato stesso del lavoro, confermando così gli stereotipi negativi. Tali stereotipi sociali, d’altra parte, in ambito lavorativo, sono ancora più accentuati, sia per la sorta di cameratismo che viene spesso a crearsi tra colleghi di lavoro, sia, soprattutto, per la preoccupazione da parte dell’azienda in riferimento alla propria immagine: per cui un omosessuale potrebbe ‘provarci’ coi clienti, oppure potrebbe dare un’idea sbagliata dell’azienda anche solo a causa delle sue modalita’ di comportamento (Grillini 1987). Il problema tuttavia non rimane solamente confinato all’ambiente dell’ufficio, spesso, anche nel caso di gay in ‘incognito’, si pongono problemi di gestione delle interelazioni tra i diversi contesti ed i diversi ruoli occupati in ciascuno di questi contesti. E’ pur vero, infatti, che in contesti aziendali o comunque professionali si ha a che fare soprattutto con gruppi secondari, che, come gia’ spiegato, non implicano un coinvolgimento diretto delle parti più profonde della personalita’, rimanendo ad un livello più superficiale in cui l’unico scopo dello stare insieme è rappresentato dal solo raggiungimento dell’obiettivo; ma chi di noi non si è mai trovato nella situazione di essere invitato ad una cena tra colleghi magari sentendosi dire la solita frase ‘estendi pure l’invito alla tua ragazza/moglie?’ La vita privata si interseca perciò necessariamente con quella professionale, e non sempre questo incontro è facilmente gestibile. Non esistono regole o ricette per far fronte a situazioni di questo genere, nè tantomeno è nostro compito fornirvene. Sebbene la prospettiva entro cui ci si muove in questo momento storico è quella del coming out, cioè del manifestare le proprie scelte sessuali a se stessi prima di tutto, e poi agli altri, io credo che il modo migliore per vivere il rapporto spesso difficile col mondo del lavoro, consista, prima di tutto nell’essere tranquilli con se stessi, e nel comportarsi, seppur sempre in maniera coerente, nel modo più congruente possibile con la situazione in cui si è inseriti e col contesto in cui ci si trova, valutando di volta in volta quanto ci si può permettere, secondo le proprie caratteristiche personali, di aprirsi agli altri. In ambito più strettamente giuridico-legislativo, sebbene la nostra costituzione non sia tra le più aggiornate in riferimento alle questioni omosessuali, almeno sulla carta, il nostro sistema giuridico è abbastanza solido in tema di discriminazioni sul posto di lavoro per motivi di sesso o di orientamento sessuale. Sempre sulla carta, cioè, nessuno potrebbe vedersi rifiutata l’assunzione o potrebbe essere licenziato o ancora subire rallentamenti di carriera solo perchè è omosessuale (Menzione, 1996); non solo: sono vietate anche le indagini da parte del datore di lavoro sull’orientamento sessuale dei propri dipendenti o candidati all’assunzione. Si da il caso però che quasi nessun datore di lavoro si arrischia a dichiarare i motivi di mancata assunzione o di licenziamento o trasferimento di un suo dipendente con il fatto che questi è omosessuale, non dichiarandone piuttosto i motivi quando non richiesto o limitandosi ad addurre motivazioni generiche e difficilmente verificabili: ‘esigenze tecniche ed aziendali’; e ovviamente in questi casi le modalita’ di reazione da parte del discriminato sono ben scarse, a meno che tale procedimento non fosse preceduto da una serie di minacce esplicite in presenza di testimoni. E’ bene tener presente comunque che il presupposto per qualunque azione volta a far riconoscere i propri diritti in quanto gay sul posto di lavoro è non avere remore a far conoscere la propria omosessualita’ non soltanto all’intera azienda, ma anche ad una cerchia di persone molto più ampia ivi compresa la famiglia.Bibliografia
ALBERONI, F. MIOTTO, A. SIRIGATTI, S. (1976) Consumo, comunicazione e persuasione Etas. Milano.
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5 Dicembre 2015 alle 21:21 #967540anonymous
PartecipanteOgnuno di noi è l’insieme delle relazioni che ha instaurato nel corso della sua vita (Benson, 1973).
Quanto detto finora ci permette anche di introdurre il concetto di sistema. Tenendo presente infatti l’importanza della relazione, si può leggere la realta’ come un ‘sistema’, ossia un insieme interrelato di parti in cui ognuna è strettamente legata ad altre (Benson, 1973, Watzlawich, 1971). Per capire meglio questo concetto, immaginiamo che ognuno di noi sia una pedina posta su una scacchiera, ognuno avra’ una sua posizione, sia assoluta (in che parte della scacchiera si trova), sia relativa rispetto agli altri membri del sistema, (se sta per esempio dietro l’alfiere e più a destra della regina, o davanti al re e accanto ad altre tre pedine etc.); ma se questa pedina si muove, immaginiamo anche di un solo passo avanti, tutto il sistema si modifica: non solo cambiera’ la posizione assoluta della pedina, che ora si trova di un passo avanti, ma anche la sua posizione relativa e di conseguenza la posizione degli altri nei suoi confronti. Ogni sistema dunque può mutare se muta una sola parte di esso (Benson, 1973). I sistemi sociali inoltre sono aperti, si può cioè entrare ed uscire dal sistema, ed il flusso delle relazioni adesso interne, si interseca con il flusso relazionale di altri sistemi. Si è parlato di individuo come inserito in un contesto di relazioni, si è parlato di sistema, si può, a questo punto, giungere ad una definizione di individuo come realta’ multisistemica (Watzlawich,1971). Una delle schematizzazioni calzante, potrebbe essere quella di considerare l’individuo come unita’ composta essa stessa, da una serie di sottosistemi: il sottosistema corpo (parte fisica, bisogni, cibo, sesso etc.), il sottosistema mente, (ossia la realta’ psicologica, emozioni, pensieri, etc.), e il sottosistema socialita’ (tradizioni, cultura, etc.) (Benson, 1973, Marchetta, 1985). Tutti e tre i sottosistemi, sono costitutivi dell’individuo, il che implica necessariamente, che nel momento in cui si analizza l’individuo, a partire solamente da una delle suddette dimensioni, o da tutte e tre, considerate però separatamente, la definizione che ne verra’ fuori, sara’, per forza di cose, monca. La nostra prospettiva, è quindi, quella di considerare un individuo a partire, sia dalle relazioni tra queste sottodimensioni, sia, contemporaneamente in base al rapporto che esso instaura con l’esterno. In generale, ciò che permette alla relazione di esistere è la comunicazione (Watlawich, 1971).
La comunicazione è un comportamento che, come la relazione necessita di una realta’ plurindividuale per potersi esprimere (Flament,1974): la comunicazione è quindi un processo. Un processo che implica diverse tappe tutte egualmente importanti e sulle quali non mi dilungherò in questa sede: il paradigma trasmittente-messaggio-ricevente, il canale verbale adottato nella comunicazione, il canale non verbale, i concetti di codifica e decodifica. La comunicazione è cioè il flusso di informazioni e di idee, ma anche di sentimenti, che segue un percorso circolare da chi trasmette, a chi riceve la comunicazione, e viceversa (Spaltro, 1993). In ogni messaggio comunicativo che trasmette un’informazione, esistono due aspetti fondamentali: l’aspetto di relazione e l’aspetto di notizia, paralleli e contemporanei (Benson & Waztlawich, 1971). L’aspetto di notizia, corrisponde all’informazione vera e propria e quindi al contenuto del messaggio, esso espresso generalmente attraverso il canale verbale, il che dimostra che la notizia sia paragonabile all’aspetto più razionale della comunicazione. L’aspetto di relazione invece, che corrisponde al senso che i partecipanti attribuiscono a se stessi e all’altro in quello specifico contesto comunicativo, passa di solito attraverso il canale non verbale, ed è caratterizzato dall’essere l’aspetto più emotivo della comunicazione. Quest’ultimo livello comunicativo (quello di relazione), non soltanto è la condizione essenziale per una comunicazione efficace e completa, ma è anche strettamente collegato con il grosso tema della consapevolezza di sè e degli altri (ecco come io mi vedo in rapporto a te in questa situazione). Noi viviamo, quindi, ricostruendo continuamente il nostro concetto di sè attraverso la comunicazione, e proponiamo agli altri il nostro modo di percepirci e di percepirli affinchè essi li rettifichino. Se comunicare, come l’abbiamo recentemente definito, è un comportamento, non esistendo per definizione un non-comportamento, non può esistere, parimenti una non-comunicazione (Watzlawich, 1971). Uno infatti degli assiomi fondanti della teoria della comunicazione, è il seguente: non si può non comunicare. Inoltre ogni comportamento umano, ivi compresa la comunicazione, assume significato solo in rapporto alla situazione, cioè a quelle particolari circostanze che in un certo momento circondano una o più persone e ne influenzano il comportamento. Il contesto, è perciò la cornice in cui si scrivono le relazioni; esso è costituito non solo dagli aspetti fisici del luogo, ma anche dai fattori istituzionali e dai messaggi espliciti, (regole) che sono stati precedentemente scambiati dai comunicanti.
La formazione della coppia: relazione diadica rispetto alla famiglia ed alla collettivita’.
Una relazione di coppia si fonda principalmente su tre parti fondamentali: io, tu e noi. Sono basilari i significati che tutte queste parti assumono individualmente e quali negoziazioni entrambi gli individui strutturano per pervenire allo stesso universo di significati condivisi rispetto ai temi suindicati (Spaltro, 1970). Tale universo di significati condivisi si struttura nel tempo, attraverso processi di apprendimento e viene strutturato contrattando le regole relazionali che stabiliscono cosa e chi io sono rispetto a te in questo mondo, in questo momento: tali processi vengono definiti ‘costruzione diadica della realta”. La scelta del partner è espressione di un gioco estremamente sottile e sofisticato in cui l’attenzione culturalmente indotta diretta a cogliere specifici elementi di interesse nell’aspetto o nel comportamento di una particolare persona si accompagna ad una ‘disattenzione’ altrettanto selettiva per tutti gli elementi del suo carattere e di rapporto con essa che potrebbero rendere problematica la relazione. La decisione iniziale apparentemente spontanea e libera, non ÒragionataÓ acquista un senso solo alla luce di quello che accade in seguito. La scelta viene a collocarsi dentro una serie di relazioni in continua evoluzione, in cui si creano sempre nuove connessioni o divergenze rispetto al significato originario. Modelli di relazione e processi di identificazione sono determinanti per la costituzione dei riferimenti individuali al momento dell’incontro: ogni individuo nel corso del suo sviluppo, prende a modello, perlomeno inizialmente i genitori, sia per quanto, riguarda la costruzione della propria identita’ nel ruolo sessuale di ‘competenza’, sia per quanto riguarda uno schema di rapporto con il partner. All’interno della vita adulta, l’individuo è spinto a realizzarsi da tutta una serie di scopi vitali e di bisogni che fanno parte delle sue potenzialita’ evolutive: da un lato la coppia rappresenta un bisogno per sè; dall’altro sembra strutturarsi come il luogo dove nascono i bisogni. Quando due persone decidono che d’ora innanzi vivranno insieme, ciascuna delle due deve modificarsi internamente e riorganizzarsi. Il tempo che due persone hanno trascorso insieme nel mondo che hanno costruito è un fattore fondamentale: ciò che hanno acquisito in comune, la condivisione dell’abitazione, della vita di quartiere o della citta’; il senso e l’obiettivo della relazione di coppia, la condivisione o meno di tutti gli ambiti personali. Lo sviluppo personale di ciascuno necessita continuamente di ridefinire la distribuzione di ruoli, funzioni e potere all’interno della coppia, in modo che tali ridefinizioni non siano troppo rigide, ma anche che la possibilita’ di cambiarle dipenda da una contrattazione e non da una scelta unilaterale. Per la costruzione e il mantenimento di queste rappresentazioni comuni sono anche importanti le esperienze emotive intese che avvengono nel corso di una vita in comune. Il fatto di raccontarsi reciprocamente i vissuti quotidiani ha un’importanza fondamentale. Molte persone dicono che non possono apprezzare veramente un film, una mostra, un viaggio se non hanno la possibilita’ di parlarne con il loro partner. La dimensione di coppia non riguarda solo i legami interpersonali tra due persone, ma anche ogni ecosistema con il quale queste ultime da ora in avanti si troveranno ad interagire. Quindi, da una parte l’individuo, grazie al partner acquista una stabilita’ emotiva attraverso questa possibilita’ di valutarne insieme, dall’altra entrambi riescono ad essere più integrati nella societa’ grazie ai correttivi reciproci. Riescono così a corrispondere meglio alle aspettative sociali.
Dinamiche di gruppo nel contesto sociale e organizzativo-lavorativo.
Le stesse dinamiche comunicative e relazionali accennate a proposito della coppia, possono anche essere applicate anche in ambito lavorativo e organizzativo. I meccanismi della coppia, del gruppo, e del collettivo, si esplicano anche all’interno del subsistema lavoro ( Katz & Kahn, 1974).
Naturalmente, infatti non si lavora da soli, ed anche in questo caso, l’unita’ minima dell’attivita’ lavorativa, si struttura in una relazione, la più semplice delle quali è quella diadica che si instaura con chi compra il lavoro o il servizio offerto: il cliente insomma (Alberoni, Miotto, Sirigatti, 1976). Per quanto strano possa sembrare infatti, il buono o il cattivo instaurarsi di questa semplice relazione, può inficiare positivamente, o negativamente la qualita’ dell’opera offerta. Questo, non solo nell’attivita’ che definiamo libera, come quella di un commerciante, di un medico, di un avvocato, ma anche in ambito strettamente aziendale (rapporto con i superiori, con i colleghi, lavoro in squadra e negoziazione delle decisioni, etc.).
Immaginiamo che in un’ipotetica azienda due persone, anche se non si sono reciprocamente scelte, sono preposte a svolgere la stessa attivita’. Dopo un po’ di tempo sentiranno di essere affiatati, la loro comunicazione subira’ delle modifiche: da una prospettiva formale e simmetrica (in cui i due si porranno in un’ottica di competitivita’) si passera’ via via ad una comunicazione più informale e cooperativa-collaborativa (spiegazione di relazione simmetrica e relazione complementare), l’obiettivo dell’azienda verra’ sempre più vissuto come proprio, etc. Anche se nata, insomma, come gruppo cosiddetto secondario, in cui i membri non si sono scelti reciprocamente, i ruoli sono ben definiti, e gli obiettivi sono per lo più produttivi, piuttosto che affettivi, come nel caso dei gruppi cosiddetti primari (due amici, due innamorati, etc.), la coppia si è strutturata come unita’, come sottosistema a sè stante, inserito nel più ampio sistema dell’organizzazione. Tutto ciò ha implicato fondamentalmente l’accettazione delle differenze individuali, l’accettazione dell’aggressivita’ e dell’espressione dei consensi, e il raggiungimento della capacita’ di negoziazione delle decisioni. Immaginiamo ora che il datore di lavoro, decida di inserire all’interno della coppia di lavoro, una terza persona. Cosa succedera’? Verranno a rompersi quegli equilibri difficilmente raggiunti, e si instaureranno dinamiche nuove (triangolazione, coalizione, esclusione, etc.) che porteranno la coppia, lentamente a trasformarsi in un gruppo. Lewin definisce il gruppo come un insieme dinamico i cui membri si percepiscono vicendevolmente come interdipendenti gli uni dagli altri per uno o più aspetti. La triade, come gia’ detto, è l’unita’ minima del gruppo, ma perchè questo si formi è necessario che nei suoi membri si instauri un sentimento nuovo, quello ‘dell’appartenenza’. Affinchè possa instaurarsi questo nuovo sentimento, il gruppo deve individuare un ‘nemico’ (vero o falso che sia), un oggetto cioè verso il quale vengano proiettate le parti peggiori di sè, e che funga da punto di unione contro cui lottare. In ambito lavorativo spesso serve al gruppo, il pensare di dover competere con altri gruppi per potersi sentire una unita’, e per accrescere la propria produttivita’; ciò d’altra parte, si rispecchia anche in ambito sociale (vedi le bande di ragazzi, o i partiti politici). Il gruppo, in definitiva ha cioè senso quando il ‘noi’ può contrapporsi ‘all’altro da noi’.
Alcuni esperimenti di Sheriff dimostrarono come, nel momento in cui vengono messi in competizione due gruppi, creati artificialmente dallo sperimentatore, cominciano ad insorgere degli stereotipi negativi del gruppo opposto e una rivalita’ tra gruppi. Se poi ai due stessi gruppi veniva comunicato di dover competere, insieme contro un terzo gruppo, i membri giungevano ad una cooperazione reciproca finalizzata alla supremazia sul terzo gruppo vissuto come ostile. Ciò avverrebbe anche perchè l’individuo inserito in gruppo tende ad uniformare i propri giudizi e le proprie modalita’ di lettura della realta’ a quelli del gruppo di appartenenza. Una delle dinamiche principali che nascono nel gruppo è quella della leadership. Il gruppo infatti, potrebbe essere definito come il luogo in cui nasce e si esercita il potere, inteso come capacita’ di influenzare le scelte degli altri. Se a livello di coppia il potere è di tipo semaforico, di veto nei confronti delle scelte del partner, nel passaggio al gruppo si trasforma in potere di influenzamento e di sviluppo (Moscovici). In ogni gruppo, di lavoro e non, il potere si incarna nella figura del leader i cui scopi fondamentali sono tre:
1) facilitare e mantenere il senso di appartenenza;
2) gestire sia i compiti che le dinamiche relazionali del gruppo
3) direzionare lo sforzo per il raggiungimento dell’obiettivo e per la sopravvivenza del gruppo stesso.
Il leader potra’ poi gestire questo potere in maniera diversa, in maniera cioè più o meno centrata sugli obiettivi o sulle relazioni.
Omosessualita’ e lavoro
E’ abbastanza intuitivo comprendere come le stesse dinamiche menzionate precedentemente in riferimento alla formazione di coppie o gruppi di lavoro si complichino nel momento in cui il mondo lavorativo entra in contatto con l’omosessualita’ in molti uffici, per fare un esempio banale, se si viene a conoscenza che quel o quel talaltro collega è gay (Grillini 1987), non sempre i colleghi o i superiori affrontano la situazione con tranquillita’, spesso, nel migliore dei casi si assiste ad una serie di battutine mirate o di doppi sensi ma, nei casi peggiori, spesso ancora ci si trova di fronte a vere e proprie discriminazioni nell’affidamento dei compiti, o negli avanzamenti di carriera, e come ben sappiamo questo clima di tensione e di sfiducia può inficiare il risultato stesso del lavoro, confermando così gli stereotipi negativi. Tali stereotipi sociali, d’altra parte, in ambito lavorativo, sono ancora più accentuati, sia per la sorta di cameratismo che viene spesso a crearsi tra colleghi di lavoro, sia, soprattutto, per la preoccupazione da parte dell’azienda in riferimento alla propria immagine: per cui un omosessuale potrebbe ‘provarci’ coi clienti, oppure potrebbe dare un’idea sbagliata dell’azienda anche solo a causa delle sue modalita’ di comportamento (Grillini 1987). Il problema tuttavia non rimane solamente confinato all’ambiente dell’ufficio, spesso, anche nel caso di gay in ‘incognito’, si pongono problemi di gestione delle interelazioni tra i diversi contesti ed i diversi ruoli occupati in ciascuno di questi contesti. E’ pur vero, infatti, che in contesti aziendali o comunque professionali si ha a che fare soprattutto con gruppi secondari, che, come gia’ spiegato, non implicano un coinvolgimento diretto delle parti più profonde della personalita’, rimanendo ad un livello più superficiale in cui l’unico scopo dello stare insieme è rappresentato dal solo raggiungimento dell’obiettivo; ma chi di noi non si è mai trovato nella situazione di essere invitato ad una cena tra colleghi magari sentendosi dire la solita frase ‘estendi pure l’invito alla tua ragazza/moglie?’ La vita privata si interseca perciò necessariamente con quella professionale, e non sempre questo incontro è facilmente gestibile. Non esistono regole o ricette per far fronte a situazioni di questo genere, nè tantomeno è nostro compito fornirvene. Sebbene la prospettiva entro cui ci si muove in questo momento storico è quella del coming out, cioè del manifestare le proprie scelte sessuali a se stessi prima di tutto, e poi agli altri, io credo che il modo migliore per vivere il rapporto spesso difficile col mondo del lavoro, consista, prima di tutto nell’essere tranquilli con se stessi, e nel comportarsi, seppur sempre in maniera coerente, nel modo più congruente possibile con la situazione in cui si è inseriti e col contesto in cui ci si trova, valutando di volta in volta quanto ci si può permettere, secondo le proprie caratteristiche personali, di aprirsi agli altri. In ambito più strettamente giuridico-legislativo, sebbene la nostra costituzione non sia tra le più aggiornate in riferimento alle questioni omosessuali, almeno sulla carta, il nostro sistema giuridico è abbastanza solido in tema di discriminazioni sul posto di lavoro per motivi di sesso o di orientamento sessuale. Sempre sulla carta, cioè, nessuno potrebbe vedersi rifiutata l’assunzione o potrebbe essere licenziato o ancora subire rallentamenti di carriera solo perchè è omosessuale (Menzione, 1996); non solo: sono vietate anche le indagini da parte del datore di lavoro sull’orientamento sessuale dei propri dipendenti o candidati all’assunzione. Si da il caso però che quasi nessun datore di lavoro si arrischia a dichiarare i motivi di mancata assunzione o di licenziamento o trasferimento di un suo dipendente con il fatto che questi è omosessuale, non dichiarandone piuttosto i motivi quando non richiesto o limitandosi ad addurre motivazioni generiche e difficilmente verificabili: ‘esigenze tecniche ed aziendali’; e ovviamente in questi casi le modalita’ di reazione da parte del discriminato sono ben scarse, a meno che tale procedimento non fosse preceduto da una serie di minacce esplicite in presenza di testimoni. E’ bene tener presente comunque che il presupposto per qualunque azione volta a far riconoscere i propri diritti in quanto gay sul posto di lavoro è non avere remore a far conoscere la propria omosessualita’ non soltanto all’intera azienda, ma anche ad una cerchia di persone molto più ampia ivi compresa la famiglia.Bibliografia
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WATZLAWICH, P. (1971) La Pragmatica della Comunicazione umana Astrolabio. Roma.aiutogay.it
6 Dicembre 2015 alle 14:21 #967541amichettocarino
Partecipantescusa ti posso chiedere una cosa….
ma oggettivamente chi è messo meglio fisicamente dei due?6 Dicembre 2015 alle 17:18 #967542anonymous
PartecipanteTi rispondo in poche righe. Analoga esperienza l’ho vissuta io, 5 anni non sono pochi, quello che hai da capire, perchè stava con te, forse ci sono affinità elettive, ma non sessuali. Io ho lasciato il mio ragazzo dopo 10 lunghi anni di amicizia, non convivenza, intendiamo. Siamo stati in vacanza questa estate, ma da parte sua nessun cenno di attrazione, ma soltanto intesa psicologica, finchè la sera uscivo per locali a divertirmi da solo. La località intendiamo era Sitges, quindi, le occasioni, buone o cattive non sono mancate. Molti stanno con te perchè si trovano a loro agio, per cultura, mentalità, età e aspetto economico, ma possono pensare altrove quando si accoppiano con te. Se a te sta bene continua la tua storia, ma se a te fa male, ho ti pone troppe domande, lascialo o mettilo alla prova. Se ha fatto come il mio che trovatosi il tipo ideale; intendo fisico, e attributi e voglia, ha cambiato il suo lato ma ha continuato a ritenermi suo miglior amico, ma io a quel punto non sono stato più al gioco e ho chiuso definitivamente. Sto ancora soffrendo, e non si dimentica una relazione di 10 anni con alti e bassi, ma splendidi momenti, ma se vuoi crescere, spingiti a fare nuove esperienze e il ragazzo giusto lo trovarai. Io ci sto ancora provando.
6 Dicembre 2015 alle 20:05 #967543anonymous
Partecipanteposso esserci 1000 motivi, ma il fatto che lui dica che per lui non è problema, significa chiaramente che per lui, anche se non vuole rendersene conto, è un problema, che coinvolge anche te, ed è quindi un problema di coppia. considerate seriamente l’eventualità di consultare uno psicologo, se da soli non riuscite a parlarne. con amici eccetera non è mai facile parlare di queste cose, e a volte può essere addirittura controproducente.
in bocca al lupo. -
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